Carmon Colangelo
Because the World is Round

opening Friday January 9- at 6:30- 8:30pm
SRISA Gallery of Contemporary Art, Florence
Stacks Image 438

SRISA is proud to present the work of St. Louis artist Carmon Colangelo this January 9th, 2015, in the exhibition “Because the World is Round.” A native of Toronto, Canada, Colangelo received his M.F.A. from Louisiana State University, Baton Rouge, Louisiana; he currently lives and works in St. Louis, Missouri. He is one of the foremost figures in the print-drawing world in the United States and internationally. His work has been exhibited widely, from Philadelphia and Washington, D.C. to Argentina, Canada, England, Puerto Rico, and Korea. His works are in collections at the National Museum of American Art, the Whitney Museum of American Art, and the Fogg Art Museum at Harvard University. Colangelo is the Dean of the Sam Fox School of Design & Visual Arts at Washington University in St. Louis and holds the E. Desmond Lee Professorship for Collaboration in the Arts.
The exibition is open to the public from January 9 to Feburary 13, 2015, from 12pm-10pm. for more information: 055-4627374, gallery@srisa.org

Carmon Colangelo – L’unità ritrovata

“yo claramente la veía desde todos los puntos del universo.
Vi el populoso mar, vi el alba y la tarde,
vi las muchedumbres de América,
vi una plateada telaraña en el centro de una
negra pirámide, vi un laberinto roto”
Jorge Lusi Borges, El Aleph 



In one of Borges’ most famous stories, the protagonist discovers under a common stairwell a small iridescent sphere, whose radiance is nearly intolerable: The Aleph, is a portal that contains overlapping and distinct views of the universe from every possible vantage point. Borges’ literary invention contains an element of alchemy that is reminiscent of the theosophical traditions of the past. The story raises the curtain on a cultural condition that began to manifest itself problematically in the nineteen fifties ((the story was first published in 1949), during a time in which the technologies of visual reproduction and telecommunication were emerging.

The last century saw an inexorable ablation of consolidated coordinates of space and time; the uniqueness of the perceptive experience that is linked to our sensory tradition went completely up in smoke. The age of the mechanical reproduction of the work of art, with the loss of its aura which Walter Benjamin - with much foresight - wrote about in the 1930s, introduced to a rhizomatic and polycentric conception of the human condition which only fully came to fruition in this millennium. Humanity, after centuries of anthropocentrism, lost its way again with the spread of widespread connectivity and immediate communication (almost literally we could say, and in the words of Rosalind Krauss - without a significant medium as a tool to process data) of images, sounds, and in the end even the same active presence. All this becomes visible, or perhaps perceived, thanks to artists that have given life to it, synthesizing in different forms this perceptual simultaneity.

The works of Carmon Colangelo interpret in a very original way the perceptive fibrillation of the self in juxtaposition to the flow of information and the elaboration of images that distill the world into small and sizable elements that contain images that are quickly discernible but at the same time incredibly vast, and amplified through the layering of ideas imbued with an immense cultural patrimony. Every single work by Colangelo proceeds by way of oppositions and juxtapositions that under a more considered observation reveal a powerful continuing narrative that is anything but banal. It is with a contemporary sensibility that Colangelo practices a form of inedited archiving. “Because the world is round” presents itself as an alternative map for interpreting the world and the elements that come into play gain new significance. The prints represent maps whose images have a dual function of signifying both their literal meaning and as a legend that helps to interpret them. In this sense Colangelo’s research distinguishes itself from the autobiographic works of Gerard Richter or the collective narratives of Christian Boltanski and Thomas Hirshhorn. Moreover, the graphic manipulation, in both the distortion and the layering of images and marks declares a cartographic willfulness to build rather than simply replicate and represent the dissolution of the global narrative, as is the case in the recent work of Camille Henerot.

The most direct and illustrious references - to be read in a context that is constantly evolving - are the lost atlases of Aby Warburg (the most important art historian whose influence on contemporary criticism has yet to be written) built maps of a "constant memory" able to restore the complexity of the world. In a similar way, but coming from a different perspective, from one end of the contemporary visual universe to another, the works of Colangelo confront themselves (both those that are assembled combinations as well as those that deal with addition) and show amazing lines and new paths.The works of Carmon Colangelo also possess the power of a procedural choice summarizing the digital languages applying the techniques of "traditional" engraving and monotype. All this contributes to a unit re-found in the formulation of a new centrality possible for the point of view of man in the modern world.


Pietro Gaglianò

Carmon Colangelo – L’unità ritrovata

“yo claramente la veía desde todos los puntos del universo.
Vi el populoso mar, vi el alba y la tarde,
vi las muchedumbres de América,
vi una plateada telaraña en el centro de una
negra pirámide, vi un laberinto roto”
Jorge Lusi Borges, El Aleph 


Nel più celebre tra i racconti di Borges il protagonista scopre in un ordinario sottoscala, uno spazio comune che potrebbe trovarsi in qualsiasi parte del mondo, “una piccola sfera cangiante, di quasi intollerabile fulgore”: è l’Aleph, una straordinaria porta percettiva che contiene sovrapposte e distinte tutte le visioni dell’universo, da tutti i possibili punti di vista. L’invenzione letteraria di Borges contiene un elemento alchemico, che si proietta nel passato di una tradizione teosofica; ma qui interessa specialmente perché alza il sipario su una condizione culturale che cominciava a manifestarsi problematicamente negli anni Cinquanta (il racconto venne pubblicato la prima volta nel 1949), con l’affermarsi delle tecnologie di riproduzione e della comunicazione televisiva.
Nel secolo scorso sì è verificata, inesorabile, un’ablazione delle consolidate coordinate di spazio e di tempo, e l’unitarietà dell’esperienza percettiva legata alla sensorialità tradizionale è completamente saltata in aria. L’epoca della riproducibilità tecnica dell’opera d’arte, con la perdita aurale di cui con lungimiranza scrisse Walter Benjamin negli anni Trenta, preludeva a una concezione rizomatica e policentrica della condizione umana che si realizza pienamente in questo millennio. L’uomo, dopo secoli di antropocentrismo, ha perso di nuovo il suo primato con il diffondersi capillare della connettività, della trasmissione immediata (quasi letteralmente potremmo dire, con le parole di Rosalind Krauss, senza un medium considerabile come strumento o come elaboratore) di immagini, di suoni, e alla fine addirittura della stessa presenza attiva. Tutto ciò è visibile anche grazie alla proiezione che ne hanno dato gli artisti, sintetizzando in forme diverse questa simultaneità percettiva.
Le opere di Carmon Colangelo interpretano in modo originale questa fibrillazione della percezione di sé rispetto ai flussi di informazione (e all’elaborazione di visioni) che rendono il mondo rapidamente piccolo e percorribile, conoscibile senza sforzi ermeneutici, e – allo stesso tempo – incredibilmente vasto, amplificabile attraverso la sovrapposizione di conoscenze e l’innesto di diversi patrimoni culturali.
Ogni singolo lavoro di Colangelo procede per accostamenti e opposizioni che a un’osservazione più consapevole rivelano il potere narrativo di una continuità non banale. In linea con una sensibilità contemporanea che pratica forme inedite di archiviazione, Because the World is Round si propone come mappa alternativa per la lettura del mondo: i diversi elementi che entrano relazione assumono un nuovo significato proprio in virtù di questa relazione. Le tavole rappresentano altrettante cartografie in cui le immagini hanno una doppia funzione: significano se stesse e rappresentano la legenda che contribuisce a renderli comprensibili. In questo senso la ricerca di Colangelo si distanzia dalla raccolta autobiografica di Gerard Richter, o dalle narrazioni collettive innescate da Christian Boltanski e Thomas Hirshhorn. Inoltre, l’ulteriore intervento grafico, sia quando consiste nella distorsione delle immagini, sia quando sovrappone nuovi segni, dichiara una volontà cartografica che punta alla costruzione e non alla semplice rappresentazione della dissoluzione del racconto globale, così come avviene invece nel lavoro recente di Camille Henrot.
Il riferimento più diretto, da leggersi in una funzione riattualizzata, è di un precedente illustre: gli atlanti di Aby Warburg, quelle tavole perdute in cui il più importante storico dell’arte (la cui influenza sulla critica contemporanea è ancora tutta da scrivere) costruiva mappe delle “costanti della memoria” capaci di restituire la complessità del mondo. In una misura analoga, ma con prospettive diverse, da un capo all’altro dell’universo visivo contemporaneo le opere di Colangelo risemantizzano i propri componenti (sia quelli assemblati per accostamento sia quelli per addizione) e evidenziano linee sorprendenti e nuovi percorsi.
Le opere di Carmon possiedono anche la forza di una scelta processuale che sintetizza i linguaggi digitali applicandoli alla tecnica “tradizionale” dell’incisione e del monotipo. Tutto questo contribuisce alla formulazione di una nuova possibile centralità per il punto di vista dell’uomo nel mondo contemporaneo: un’unità ritrovata.


Pietro Gaglianò